sabato 11 febbraio 2017

Lo spaccapietre

Un giorno uno spaccapietre si imbatte nel masso più grande che avesse mai visto. A prima vista il suo istinto fu quello di desistere, tuttavia facendosi coraggio si cimentò nell'impresa tentando di spaccarlo un pezzo alla volta. Dopo il primo colpo il masso non si scalfì nemmeno, lo stesso dopo il secondo, e poi ancora un terzo colpo, un quarto, un quinto e così via....ma il masso non dava il benchè minimo segno di cedimento. Lo spaccapietre però continuò nella sua testardaggine ancora e ancora con centinaia di colpi, quando ad un tratto, dopo tutti quei tentativi che lo portarono allo stremo, sferrò un colpo per cui l'enorme masso non si spacca a metà, e nemmeno in tre o in quattro parti, ma si frantuma letteralmente in mille pezzi.

Ora la domanda è: secondo voi quel masso si è frantumato solo con l'ultimo colpo?
Quante persone avrebbero rinunciato già dopo il primo?
Quante dopo i primi cinquanta?
E quanti invece non si sarebbero fermati mai, fino a che non fossero riusciti nell'impresa?

Il punto è che è dura farcela, e che il prezzo da pagare per il successo è davvero alto, e al di là delle tecniche che una persona può imparare, al di là degli aiuti che può ricevere dagli altri, se non ha alla base una determinazione tale da frantumare le rocce più ingombranti davanti al proprio percorso, difficilmente riuscirà a realizzare ciò che desidera davvero!
La determinazione però non si può insegnare, non si può imparare, è qualcosa che ti viene da dentro, deriva da una passione ardente che brucia più che mai, dalla quale traiamo le energie per poter andare avanti nonostante tutto.

Conosco molte persone che credono di poter riuscire in qualcosa, presi da un irrefrenabile entusiasmo, ma che si fermano al primo ostacolo, e se non al primo al secondo, ma comunque si fermano, lasciando quel macigno sulla loro strada prendendone subito un'altra. 
Ora cambiare strada va benissimo, magari troveremo un percorso con meno massi o comunque massi più facili da spaccare (o da evitare), ma era davvero quello che volevamo? Magari si, magari avremo trovato in quella nuova strada un'altra ispirazione, oppure...continueremo a cercare un percorso senza massi, e alla fine ci perdiamo e non riusciamo più a dare un senso a nulla, lasciamo svanire le nostre illusioni e i nostri sogni in nome della "comodità".
La parola chiave è dunque "determinazione", elemento fondamentale per chiunque abbia in mente di realizzare un progetto nella propria vita, e questa ciascuno di noi la può misurare facendo a se stesso una domanda:
quanto sono disposto a pagare per riuscire nella mia impresa?
Se la risposta che ti darai sarà: "tutto ciò che è necessario", allora sei una persona che nella vita riuscirà ad ottenere ciò che vuole, facendo i giusti sacrifici e frantumando qualunque macigno!

martedì 17 gennaio 2017

Come trasformare la paura in una risorsa

Non aspettare il momento opportuno: crealo.

- G.B. Shaw

Sopravvalutare le circostanze quando si vuole mettere in moto un processo di cambiamento verso il raggiungimento di uno scopo, nella maggior parte dei casi ci porta a lasciare le cose come stanno, fino a che non veniamo assuefatti dalla realtà che ci circonda in uno stato di perenne frustrazione.
Mettere un'idea o un progetto da parte per troppo tempo, crea, durante il periodo di stasi, molti ripensamenti, se non addirittura l'intenzione di abbandonare i nostri progetti, per poi rimpiangerli mille volte quando li vediamo realizzati da qualcun'altro con successo. Il pensare di fare è decisamente molto diverso dal fare, abbiamo persone che nel loro essere "iper prudenti" partoriscono migliaia di idee destinate però a rimanere orfane, scelgono per paura di non saper gestire il cambiamento che le loro azioni innescherebbero, di non agire per niente, sprecando l'occasione di crescere e migliorare mettendosi alla prova.

Peggiore fantasia

Si racconta che l'attuale presidente degli Stati Uniti d'America Donald Trump, prima di prendere una qualunque decisione nel mondo del business, la prima cosa che faceva e che fa tutt'ora, è quella di tener conto di tutto ciò che potrebbe andare storto sulla base di quella scelta, dopodichè facendo i conti con se stesso e le proprie risorse, si chiedeva se sarebbe stato capace di gestire anche la peggiore delle conseguenze, e solo dopo aver creato una strategia adeguata per riuscire a venir fuori dall'eventualità peggiore, passava all'azione.
Nella psicologia strategica, questa tecnica viene denominata "peggiore fantasia", e Trump è la prova vivente di come il solo "pensare positivo" non basta per avere successo. Un eccesso di positività infatti, ci rende ciechi e vulnerabili, poco reattivi e poco resilienti nelle difficoltà che ci ritroviamo ad affrontare nel momento in cui decidiamo di intraprendere la strada verso il raggiungimento di un obiettivo. Pensare invece a come potrebbero peggiorare le cose, non solo ci permette di prevedere gli ostacoli che potremmo incontrare lungo il nostro cammino, ma anche di esorcizzare la paura del fallimento.
Come ci insegna il prof. Giorgio Nardone: "la paura evitata diventa panico, la paura guardata in faccia diventa coraggio".

Altra caratteristica di questa tecnica controintuitiva, consiste nel creare in chi la attua, un senso di avversione verso quelle terribili immagini di fallimento che si sono richiamate alla mente. Questo ci consente di concentrare ancora di più le nostre energie mentali e fisiche in direzione del successo.
Un esempio lampante che possiamo prendere dalla storia, è quello di Alessandro Magno, il quale per motivare al massimo i suoi soldati per la conquista di un nuovo territorio, quando vi approdava con le navi, le bruciava. In quel modo i suoi seguaci avevano solo una scelta possibile: "vincere o morire". Oggi tutto il mondo conosce le imprese dell'esercito di Alessandro.
Questo esempio estremo, ma appunto perciò lampante, dimostra come la paura del fallimento, possa fare in modo da tirar fuori il meglio da un individuo, trasformando la paura stessa in una risorsa straordinaria.

Sulla base di quanto detto, è chiaro che non è così semplice mettere in atto volontariamente una tecnica del genere, soprattutto per chi muove i primi passi per realizzare un sogno, in quanto l'inesperto non riesce nemmeno ad immaginare "cosa" potrebbe andare storto e fino a che punto.
Tuttavia si sa anche che nella vita possono accadere solo due cose: scegliere sbagliando ma consapevoli di aver comunque imparato qualcosa. oppure rinunciare a scegliere lasciando che qualcun'altro lo faccia per noi!

La verità è che nulla è facile, tutto ciò che desideriamo realizzare richiede impegno, costanza, resistenza agli urti e determinazione, ecco perchè il grande Bruce Lee ci rammenta:

"non pregare per una vita facile, ma prega di avere la forza per affrontarne una difficile".



martedì 20 dicembre 2016

  Primo convegno sulla "Comunicazione Strategica" a  Maratea




Per la prima volta a Maratea si sono affrontati i temi della "comunicazione strategica": tipo di comunicazione utile nei più svariati settori della vita di ognuno di noi.
Con la partecipazione della cittadinanza Marateota, è stato possibile suscitare la giusta curiosità su di un tema fondamentale per la crescita e lo sviluppo personale.

sabato 14 maggio 2016

La comunicazione strategica


La comunicazione è come un corso d’acqua perenne, un flusso continuo ed incessante di informazioni; e se per il primo assioma della pragmatica della comunicazione postulato da Watzlawick, “è impossibile non comunicare”, allora è impossibile rimanere fuori da questo enorme fiume, dove l’unica scelta possibile è tra l’abbandonarsi e lasciarsi trascinare dalla corrente, oppure come chi fa rafting, imbracciare i remi e gestirne il flusso a proprio vantaggio.

La comunicazione strategica ci permette di cavalcare la corrente senza esserne travolti, di evitare gli ostacoli e di decidere dove è meglio dirigersi e come raggiungere il punto di arrivo nel più breve tempo possibile, in base alla forza della corrente, alla distribuzione delle rocce lungo il letto del fiume e alle risorse a nostra disposizione.
Ognuno di noi ha le doti per comunicare strategicamente, tuttavia ciò che manca alla maggior parte delle persone è la consapevolezza dei propri mezzi e l’utilizzo mirato di questi ultimi. 

La comunicazione strategica infatti, ha tra le sue caratteristiche principali quella di adattarsi ad ogni tipo di contesto e ad ogni tipo di interlocutore, raggiungendo sempre l’obiettivo prefissato. A tale scopo bisogna conoscere innanzitutto quali sono le proprietà fondamentali della comunicazione.

Essa si distingue in:

·        comunicazione verbale
·        comunicazione para-verbale
·        comunicazione non-verbale

Quando si parla di comunicazione verbale, ci si riferisce al contenuto del messaggio che voglio trasmettere al mio interlocutore, quindi al “cosa dico” in senso letterale. La comunicazione para-verbale e quella non-verbale invece si riferiscono al “come dico” qualcosa, e a questo riguardo è curioso notare che il “come dico” qualcosa possa cambiare o quantomeno influenzare il significato del “cosa dico”, dando ad una singola espressione molteplici sfaccettature. Per esempio un complimento o qualsiasi altra forma di adulazione, se fatta con tono sarcastico, può diventare un’offesa o un insulto, così un’esclamazione di gioia come può essere: “è davvero un piacere rivederti”, se fatta con tono grave, lo sguardo perso nel vuoto e le spalle ricurve in avanti, può esprimersi come sofferenza profonda. Ad ogni modo, se tale trasformazione di significato è possibile negli enunciati brevi, ciò non è possibile nel momento in cui dobbiamo organizzare un discorso più articolato, dove l’obiettivo è persuadere la controparte della nostra tesi, e dove il peso e l’incidenza del cosa dico, ovvero: la struttura delle argomentazioni, le fonti storiche e i dati a supporto, assumono un valore decisamente maggiore, soprattutto rispetto al non-verbale. Ma analizziamo ora più nel dettaglio i restanti due aspetti della comunicazione.

La comunicazione para-verbale riguarda componenti del linguaggio quali: il volume e il tono della voce, il ritmo dell’eloquio, le pause e la punteggiatura; tutte caratteristiche molto importanti al fine di rendere un discorso il più vivo e coinvolgente possibile. Uno strategico varia tono e volume della voce a seconda di ciò che desidera trasmettere e a seconda del livello di attenzione che percepisce intorno a sè, e non è mai noioso o monocorde; utilizza le pause prima e dopo gli enunciati più importanti, prima per creare un effetto aspettativa, e dopo per creare un effetto eco; scandisce il ritmo del discorso rendendolo quasi musicale, intrattenendo piacevolmente chiunque lo ascolti.

Infine abbiamo la gestione dello spazio prossemico, il look, le espressioni facciali, e il gesticolare; tutti elementi che fanno parte della comunicazione non-verbale. Anche in questo caso il buon comunicatore strategico deve essere in grado di gestire al meglio tali elementi, i quali in caso contrario possono farci trasmettere sensazioni opposte a quelle desiderate. Un sorriso fuori luogo ad esempio, può farci perdere la relazione con un cliente che potrebbe percepirlo come falso, suscitando in lui antipatia o diffidenza nei nostri confronti; oppure se parlando in pubblico iniziamo senza accorgercene a passeggiare frettolosamente avanti e indietro sul palcoscenico, come in un “balletto”, potremmo tradire la nostra insicurezza trasmettendo ansia anche a chi ci ascolta.

Dopo questa breve rassegna delle aree che interessano la comunicazione, andiamo a distinguere quali sono gli “strumenti” da utilizzare al meglio, se si desidera fare del proprio comunicare una vera e propria arte.

La voce

La voce va considerata come un’estensione del nostro corpo, tuttavia in pochi la “possiedono” consapevolmente. Per renderci conto di ciò, basta pensare a quando sentiamo la nostra voce in una registrazione e ci chiediamo, nella maggior parte dei casi, “ma sono davvero io quello?”. Bisogna prendere confidenza con questa parte di noi, imparando a conoscerla più a fondo, a partire dalle sue caratteristiche principali quali: durata, altezza, intensità e timbro. Esistono anche diversi esercizi per allenarla, come ad esempio leggere ad alta voce e in modalità monocorde per imparare a gestire al meglio la respirazione, in quanto meglio respiro e meglio parlo; oppure leggere sempre ad alta voce, mettendo stavolta “l’accento tonico” su parole diverse di una stessa frase in modo da allenarne l’intensità e l’altezza. Da non dimenticare poi che la voce ha anche una direzione, per cui se desidero che il mio messaggio giunga forte e chiaro, di certo parlerò con la faccia rivolta verso il mio interlocutore, nel caso in cui mi rivolgo a qualcuno in particolare, come se volessi centrare un bersaglio; mentre se parlo in pubblico farò in modo che la mia voce arrivi a tutti, direzionandola come se fosse un grande faro, in ogni angolo della stanza. Utilizzare la voce al meglio significa imparare a suonarla, renderla melodica, piacevole per chi l’ascolta, solo così si avrà quella marcia in più che ci permetterà di ammaliare finanche le folle.

La prossemica

Per prossemica si intende, il gesticolare, il camminare, e tutto ciò che riguarda la gestione dello spazio tra se e l’interlocutore, sia esso un singolo, una classe o un intero pubblico. La prossemica insieme alla voce svolgono una funzione autoregolativa per il nostro organismo; ad esempio se parlo e mi muovo velocemente utilizzando un tono di voce anche abbastanza alto, di conseguenza aumenterà il mio battito cardiaco, la mia sudorazione, e mentre mi agito, trasmetto agitazione anche in chi mi ascolta. Viceversa se parlo con un tono di voce più basso, ad un ritmo lento, e mi muovo sinuosamente con movimenti morbidi ed eleganti, sintonizzando la voce con i miei movimenti, allora i miei parametri fisiologici saranno più bassi, mi sentirò quindi più tranquillo e sicuro, mentre il pubblico, il cliente o chiunque mi stia ascoltando rimane affascinato.

Lo sguardo

Lo sguardo è uno strumento davvero molto potente nella comunicazione, soprattutto in quella “face to face”, ed è molto importante saperlo utilizzare nel modo più consono rispetto alla situazione e al contesto.
In una situazione di dialogo ad esempio è necessario distinguere un tipo di sguardo che si utilizza mentre si ascolta l’altro, e un tipo di sguardo che si utilizza quando voglio ingiungere qualcosa. Nel primo caso lo sguardo sarà “fluttuante”, nel senso che non resterà fisso sugli occhi dell’interlocutore, il quale si sentirebbe minacciato o invaso nella privacy, bensì avvolgiamo la persona che abbiamo di fronte con il nostro sguardo, facendo percepire la nostra più completa attenzione senza però metterla a disagio. Quando invece voglio “ingiungere” qualcosa o comunque trasmettere un messaggio che rimanga bene impresso nella mente, allora il mio sguardo sarà diretto non sulle pupille di chi mi sta di fronte, bensì nella parte degli occhi adiacente all’attaccatura del naso; in modo da creare quasi la sensazione di essere penetrato fin nel profondo della mente.
Quando si parla ad un gruppo di persone invece, lo sguardo dovrà essere distribuito a tutti i membri in egual misura. Così facendo faccio sentire tutti coinvolti, nessuno si sentirà trascurato, e manterrò viva l’attenzione. Mentre se mi trovo di fronte ad una platea, e sarà impossibile guardare negli occhi tutti i presenti, allora il mio sguardo sarà comunque distribuito, ma per zone, ovvero come se i miei occhi fossero dei fari che illuminano un settore alla volta degli spalti, oppure a “random”, prendendo a caso persone che si trovano in diverse zone del pubblico.

Mimica facciale

Fare un sorriso al momento giusto, può creare un legame significativo tra due persone, sia esso di tipo professionale, amicale o amoroso; fare un sorriso al momento sbagliato invece, ci fa perdere del tutto la relazione che sto per instaurare con un cliente, con uno sconosciuto o con una donna al primo appuntamento. Ciò la dice lunga sull’importanza della mimica facciale e in particolare del “sorriso”. Sorridere è infatti un gesto da non sottovalutare e si raccomanda di non farlo a random o quando non c’è un reale motivo, ma solo quando si raggiunge un intesa con l’altro, il quale in caso contrario si sentirà preso in giro o comunque non preso seriamente in considerazione. Altro gesto che dà all’altro la sensazione di essere ascoltato e compreso è “l’ammicco”; ammiccare mentre chi mi sta di fronte sta parlando, è come confermare di aver capito e accogliere tutto ciò che mi sta riportando senza giudicare.

Il dialogo strategico

Messo a punto da Paul Watzlawick e Giorgio Nardone in oltre vent’anni di studi e di ricerca-azione nel campo della comunicazione, il dialogo strategico è lo strumento per eccellenza, dove l’utilizzo del linguaggio (in tutte le sue forme) è mirato a raggiungere un obiettivo, e dove l’efficacia e il cambiamento ne rappresentano l’essenza.
Il dialogo strategico rappresenta l’ultimo stadio nell’evoluzione della comunicazione strategica; esso è alla base di tutti i modelli di intervento studiati e perfezionati nel corso degli anni da Giorgio Nardone e dai suoi collaboratori. Tali modelli sono: la terapia breve strategica, che da sola vanta l’87% di casi andati a buon fine su migliaia di casi clinici trattati; il problem solving strategico, grazie al quale sono state risollevate le sorti di centinaia di aziende in Italia e all’estero; ed infine il coaching strategico, con il quale è stato possibile sbloccare noti professionisti in ogni settore da performance negative sul lavoro, nello sport, ma anche nella vita quotidiana.
Analizzando la struttura del dialogo strategico, è possibile suddividerlo in cinque fasi diverse:

1)    Domande ad illusione di alternativa
Servono ad indagare il problema da risolvere o l’obiettivo da raggiungere, e vengono sottoposte in un processo denominato ad imbuto, proprio perché nell’indagine si parte da argomenti generali fino ad arrivare al nocciolo della questione. Precisamente queste domande, hanno al loro interno due alternative di risposta che danno “l’illusione” della libera scelta all’interlocutore, in un processo che è solo apparentemente di auto-scoperta, ma che in realtà è sapientemente guidato da chi pone le domande giuste al momento giusto.

2)    Parafrasi delle risposte
Dopo aver fatto una serie di domande, si prendono le risposte raccolte fino a quel momento e si restituiscono all’interlocutore facendo una vera e propria parafrasi, la quale servirà per verificare se abbiamo capito bene tutto ciò che ci è stato riportato fino a quel momento, e per creare un accordo con l’altro, fondamentale per rafforzare la fiducia nei nostri riguardi.

3)    Utilizzo di immagini evocative
Le immagini evocative, come stesso la parola ci suggerisce, sono in grado di evocare sensazioni forti, in grado di smuovere nel profondo. Ci permette di fare questo l’utilizzo di figure retoriche quali analogie, metafore, racconti, massime, sentenze e aforismi. L’immagine evocata dovrà però essere calzante e assolutamente compatibile alla situazione che ci è stata presentata, come un vestito cucito su misura, in modo che l’interlocutore riveda se stesso nell’immagine che gli abbiamo riportato.

4)    Riassumere per ridefinire
In questa fase, dopo tutta una serie di micro-accordi fatti dopo ogni parafrasi, si va a ricercare l’accordo generale facendo una parafrasi che riassuma quanto detto fino a quel momento. In questa parafrasi però verrà aggiunto qualche elemento in più che ridefinirà la percezione del problema, dandone una visione diversa, una visione che fino a quel momento non era stata presa in considerazione. Se nelle fasi precedenti del dialogo tutto è stato fatto nel migliore dei modi, nel momento in cui faremo la “ristrutturazione”, l’esperienza emozionale correttiva sarà garantita.

5)    Orientare all’azione
Se vuoi vedere impara ad agire diceva Von Foerster. E’ proprio seguendo tale principio che l’ultima fase del dialogo strategico è quella di indurre all’azione, facendo sperimentare personalmente, attraverso l’esperienza diretta, la possibilità di una guarigione, della risoluzione di un problema o del raggiungimento di un obiettivo. Le prescrizioni sono sempre dei compiti da svolgere, azioni concrete che agiscono sul modo di percepire la realtà in un modo più “funzionale”.

Per riassumere quanto fin qui detto, mi piacerebbe concludere con questa similitudine che spiega in sostanza la differenza tra chi comunica, e chi comunica strategicamente con una citazione di un grande maestro di arti marziali.

Tu e il tuo avversario siete un’unica cosa. C’è una relazione di coesistenza con te. Tu coesisti con il tuo avversario e diventi il suo complemento, assorbendo il suo attacco e usando la sua forza per sopraffarlo.

-         Bruce Lee

mercoledì 20 aprile 2016

Le soluzioni che creano i problemi

La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni.

- Karl Marx

«E pensare che tutto quello che ho fatto...l'ho fatto solo per te!»; «credevo di poter riuscire a far del bene...e invece ho rovinato tutto»; «abbiamo sempre fatto così e le cose hanno sempre funzionato, non riesco proprio a capire cosa sia andato storto!».
Queste sono solo alcune delle tipiche espressioni che utilizziamo nel momento in cui ci rendiamo conto che la soluzione ad un problema in realtà non ha fatto che peggiorarlo, o addirittura ne ha creati degli altri ai quali non sappiamo come rimediare. Ciò accade nelle relazioni affettive, in contesti comunitari e anche nel lavoro; insomma seppur armati delle migliori intenzioni ci rendiamo protagonisti dei peggiori disastri.

Nella psicologia strategica breve queste azioni, che inizialmente ci appaiono risolutive e che poi risultano essere come un fertilizzante per i nostri problemi, vengono definite "tentate soluzioni disfunzionali".
Sia nel coaching che nel problem solving, così come nella terapia strategica, la prima cosa che si fa dopo aver sviscerato il problema e stabilito l'obiettivo da raggiungere insieme al paziente, è indagare quali sono state le tentate soluzioni messe in atto per risolvere quello specifico problema o per raggiungere quello specifico obiettivo.
Tale indagine viene fatta per raggiungere due scopi in particolare:

1) cessare le tentate soluzioni disfunzionali
2) analizzare le tentate soluzioni che in determinate condizioni hanno funzionato e valutarne la replicabilità nelle circostanze attuali.

Nel primo caso, come quando si toglie il piede dall'acceleratore dell'auto quando è a folle, smettere di fare qualcosa di dannoso, molto spesso è già abbastanza. Se smettere di compiere tali azioni non bastasse per risolvere il problema, allora verranno messe in atto delle strategie ad hoc affinchè si giunga ad un'altra soluzione, stavolta funzionale.

Analizzare le tentate soluzioni che hanno già funzionato in altre circostanze invece, è semplicemente un modo per accelerare i tempi del processo terapeutico, in quanto, se il soggetto in questione è già riuscito una volta a risolvere da solo una situazione problematica, ci basterà ripercorrere la stessa strada, magari aggiustando leggermente il tiro, in modo che tale soluzione risulti ancora più efficace. Tuttavia i casi in cui la tentata soluzione è replicabile, sono quantomai rari, le circostanze cambiano in continuazione, e come recita un antico detto buddhista:

L'unica costante è il cambiamento costante

- Buddha

mercoledì 8 aprile 2015

Musashi docet: la Via per raggiungere l’eccellenza

Ecco come Musashi, il più grande Samurai di tutti i tempi, descrive l’abito mentale di chi vuole intraprendere la vita del Samurai:

Ciascun precetto di Musashi si riferisce anche oggi ad una o più aree della psicologia delle performance e mantiene una validità assoluta.

“Chi voglia intraprendere la via dell’Hejò (strategia)
tenga a mente i seguenti precetti.

Primo: Non coltivare cattivi pensieri 
L’esercizio di un atteggiamento mentale positivo, il pensiero positivo, la concentrazione su ciò che di buono e utile vogliamo ottenere, allontanarsi da pensieri negativi o dal male; la ricerca di quello che oggi chiamiamo uno stile cognitivo efficace.

Secondo: Esercitati con dedizione 
Oggi chiamiamo training, formazione, tecniche di allenamento e addestramento, e soprattutto, la necessità del performer di applicarsi in un active training, cioè in esercitazioni attive e non solo analisi teorica, e farlo con dedizione, nel tempo, e con continuità.

Terzo: Studia tutte le arti 
L’approccio enciclopedico, la contaminazione positiva che deriva dall’andare fuori dai propri recinti e studiare le cose più disparate, interessarsi anche di ciò che altre discipline indagano, il contrario della chiusura in un recinto professionale o disciplinare, male odierno, il contrario delle sette, e della cultura dell’egoismo.

Quarto: Conosci anche gli altri mestieri 
La capacità di muoversi ed agire anche in campi esterni, l’allargamento del proprio repertorio professionale, sapersi muovere anche fuori dal proprio campo di azione limitato, essere capaci anche in altre abilità e professioni, spaziare, non chiudersi.

Quinto: Distingui l’utile dall’inutile 
Concetto che permette alle persone di capire veramente cosa merita il proprio impegno e cosa non lo merita, dove concentrarsi o ricentrarsi nel proprio focus di attenzione, e quindi verso cosa direzionare le energie personali.

Sesto: Riconosci il vero dal falso
Coltivare la capacità di analisi, la percezione pura e decontaminata da preconcetti e distorsioni, il bisogno di verità, il bisogno di pulizia psicologica, il bisogno di sviluppare le capacità di riconoscimento (detection) indispensabile ad esempio in chi svolge il mestiere di negoziatore o di comunicatore, o in chi guida le persone (leader) o in chi lavora in gruppo (team working). Ed ancora, il bisogno di distinguere fatti da opinioni, teorie accertate da ipotesi, affermazioni personali da idee condivise.

Settimo: Percepisci anche quello che non vedi con gli occhi 
La percezione è il fenomeno oggi più centrale in molte forme di psicologia, e comprende sia la propriocezione (capacità di percepire se stessi), che la percezione ambientale. Il settimo precetto di Musashi indirizza verso abilità di percezione aumentata, disambiguamento dalle illusioni percettive, sviluppo della sensibilità umana e sensoriale, ricerca di significati e quadri di analisi (Gestalt), e il potenziamento delle facoltà di osservazione. Tratta quindi di una “percezione allargata”, opposta ad una chiusura percettiva.

Ottavo: Non essere trascurato neppure nelle minuzie 
Il bisogno di entrare nelle micro-competenze, la ricerca dell’eccellenza, l’abbandono di un atteggiamento di pressapochismo e banalizzazione. Attenzione ai dettagli che contano, assunzione di un atteggiamento di amore per quello che si fa e per come lo si fa.

Nono: Non abbandonarti mai in attività futili 
Capire che il tempo è prezioso, e dobbiamo veramente decidere se abbandonarci ad uno squallido clone del modo con cui le persone comuni usano il tempo, lasciarsi andare come bastoni sul corso di un fiume di qualunquismo, assecondare la piattezza di ciò che tutti gli altri fanno, o assertivamente prendere in mano il nostro tempo e decidere di farne qualcosa, allenarci, studiare, intraprendere, esplorare, scrivere, condividere, sperimentare nuove conoscenze; ed ancora, capire che esistono diversi macro-tempi, quello della produttività, dello studio, dell’auto-organizzazione, delle relazioni sociali, e quello del recupero, della meditazione, del relax, ma non esistono i tempi delle relazioni obbligate, lo spreco di tempo con persone piatte o arroganti o prepotenti, e vanno riconosciute e rimosse le attività di pura abulia o distruzione di sé.

Le lezioni di Musashi vengono da un performer che ha passato la vita a sfidare la morte, e hanno un significato odierno assoluto.
“E’ ancora più incredibile notare come già nel 1600 Musashi concentrasse tutta la sua analisi su aspetti di enorme attualità: sinergia tra corpo e mente, correlazione tra prestazione fisica e mentale, il fatto che la preparazione o una vittoria sia una conquista personale e non un diritto da pretendere, e che prima si debba cercare un approccio mentale e strategico valido, e solo dopo vengono i dettagli operativi. Una lezione che nel terzo millennio moltissimi sportivi e manager devono ancora imparare” (Trevisani, 2009).


giovedì 2 aprile 2015

Come affrontare le resistenze al cambiamento: la prospettiva strategica


Ognuno di noi pone delle resistenze a qualunque tipo di cambiamento, anche minimale, in quanto ciò che fa più paura all'essere umano è ciò che non conosce, per cui si preferisce rimanere intrappolati nei soliti schemi solo perchè all'oscuro di soluzioni o metodi alternativi di comportamento, i quali in ogni caso romperebbero l'omeostasi (o equilibrio), seppur disfunzionale, in cui si trovava il soggetto.


La psicologia strategica individua 4 tipi di resistenze al cambiamento che sono:


  • Il collaborativo
  • Colui che vorrebbe collaborare ma non può
  • L'oppositivo
  • Chi non può ne collaborare e ne opporsi

1) Nel primo caso bisogna verificare se il collaborativo è davvero collaborativo, e fino a che punto è disposto a collaborare (non dare mai niente per scontato). Se il riscontro è positivo, allora si procede a ridefinire in maniera logico-razionale il punto di vista dell'interlocutore portandolo a capire ciò che non funziona. Dopodichè si inizia a pianificare gradualmente ogni singolo passo al fine di raggiungere l'obiettivo condiviso.

2) Colui che vorrebbe collaborare ma non può, solitamente è colui che seppur consapevole della necessita di cambiare è bloccato emotivamente e solitamente quell'emozione è la paura. In questi casi vengono utilizzate manovre velate ed indirette che portano l'individuo a cambiare senza rendersene conto.

3) L'oppositivo è colui che squalifica l'intervento opponendosi in maniera diretta o velata e non segue le indicazioni, In questo caso si prescrive paradossalmente la resistenza stessa, creando un doppio legame per cui: a) si converte la resistenza in prescrizione; b) si annulla la funzione principale della resistenza che diventa il motore principale del cambiamento.

4) Nel quarto caso si parla di una persona con una rigidità mentale tanto forte da impedirle di uscire dalla propria visione della realtà e mettersi in gioco, per cui in casi del genere si procede entrando nella logica disfunzionale del soggetto assumendo gli stessi codici linguistici, introducendo elementi che non contraddicano la sua logica ma la riorientino verso nuove direzioni.

Da sottolineare il fatto che il tipo di resistenza non dipende solamente dalle caratteristiche della singola persona, bensì nasce dall'interazione di diversi fattori, come:

  • il tipo di cambiamento richiesto
  • chi lo richiede
  • il contesto e il momento in cui viene chiesto
Non bisogna far violenza alla natura, ma persuaderla
- Epicuro
SE ANCHE TU SENTI IL BISOGNO DI CAMBIARE E DI VINCERE QUELLE CHE SONO LE TUE STESSE RESISTENZE, NON ESITARE A CONTATTARMI ALL'INDIRIZZO giovannimontesano@hotmail.it O DIRETTAMENTE AL NUMERO 3405493558